Castelsecco e la sua storia

            L’altura di Castelsecco (m. 424 slm) si eleva a circa tre chilometri a Sud Est della città, quasi frontale rispetto al colle di San Donato su cui sorgeva l’antica Arretium, a dominare una delle principali vie di comunicazione tra la valle dell’Arno e quella del Chiana da un lato, la valle del Tevere ed il territorio umbro dall’altro.

Il suo profilo, con l’ampio pianoro sommitale appositamente sagomato da consistenti interventi antropici, risulta in lontananza ben riconoscibile dalla piana di Arezzo e dalle valli circostanti. La parte meridionale della collina era sistemata in antico come un’imponente terrazza di forma pressoché ovale occupata da un complesso santuariale in età tardo etrusca (II secolo a.C.), leggermente gradonata e perimetrata sul lato Sud da una monumentale e scenografica struttura muraria semicircolare rinforzata e decorata da 14 speroni aggettanti, di cui i sei centrali con parete ricurva a formare esedre e forse in alto chiusi ad arcata. La struttura, conservata per un’altezza massima di m. 10, è realizzata a secco con grossi blocchi squadrati cavati in loco e prosegue, con blocchi più modesti, tutto intorno alla collina.

Ritenuto nel passato di volta in volta sede del nucleo più antico di Arezzo, dell’acropoli della città, di costruzioni romane, dello stanziamento delle legioni romane, nella seconda metà dell’Ottocento fu oggetto di scavi ed indagini ad opera di Vincenzo Funghini, che documentò le strutture presenti ed illustrò i materiali rinvenuti. Dopo brevi saggi eseguiti negli anni ’60 del secolo scorso, si deve però a Guglielmo Maetzke alla metà degli anni ’70, con ulteriori approfondimenti nel 1983-84, la sistematica esplorazione dell’area e la prima corretta interpretazione del sito sotto il profilo archeologico. Si è così accertato come l’altura fosse frequentata fin dal periodo arcaico, come fosse stata oggetto di un grande intervento edilizio nel periodo ellenistico con costruzione del santuario e del muro monumentale di sostegno, cui fecero seguito rifacimenti architettonici in età romana, come fosse frequentata ed utilizzata in età medioevale e moderna, fino a tutto il XVIII secolo.

Successivamente l’area è stata usata per coltivazioni agricole con massicci interventi di spietramento, ma anche oggetto di vandalismi ed usi impropri (pista di motocross). A partire dal 1969 la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha proceduto all’asportazione degli accumuli di terre e detriti ed alla rimozione della vegetazione infestante lungo il lato esterno del grande muro semicircolare di sostegno ed ai relativi interventi di consolidamento e restauro, restituendo all’imponente struttura tutta la sua monumentalità. Contestualmente, partendo dalla pianta redatta da Vincenzo Funghini, ha proceduto all’esecuzione di saggi esplorativi e scavi approfonditi sul pianoro sommitale, evidenziando il grande “podio” rettangolare (m. 20 x m. 50) con orientamento Nord Est-Sud Ovest che si erge per circa m. 6 sul piano del santuario e che risulta costituito da uno sperone di roccia emergente regolarizzato, ritagliato ed integrato da riporti di terra, su cui doveva elevarsi l’edificio templare, di cui restano scarsissime tracce. Un rialzo leggermente meno elevato, parallelo, situato ad Est, fa ipotizzare la probabile presenza almeno di un secondo edificio di culto. Un reticolato di numerose trincee esplorative eseguite nello spazio antistante i templi presente in direzione Sud, ha evidenziato come tale area, totalmente priva di elementi strutturali, fosse stata in antico appositamente spianata con taglio e livellamento della roccia affiorante.

Ma la scoperta più rilevante fu la messa in luce dei resti di un edificio per spettacoli all’estremità Sud del pianoro più prossima al muraglione semicircolare perimetrale, assiale ma distanziato rispetto agli edifici di culto, in un abbinamento teatro-tempio analogo ai complessi architettonici e cultuali dei santuari medio-italici (fra tutti, quello di Pietrabbondante); il teatro appare progettato e realizzato contestualmente al muro di sostegno monumentale. Dell’edificio risultava abbastanza leggibile e conservata la cavea, che si appoggiava ad uno sperone di roccia accuratamente livellato: l’ima cavea presentava in posto quattro bassi gradini cui si aggiungono tracce di almeno altri tre gradini alle loro spalle (media cavea), mentre la summa cavea, delimitata da un marciapiede che corre parallelo al muro curvilineo perimetrale, doveva forse essere costituita da strutture lignee o piuttosto da subsellia mobili.

Davanti alla cavea, si conservano: l’orchestra semicircolare, di cui era parzialmente in posto la pavimentazione a lastre lapidee su cui era intagliata una canaletta di deflusso delle acque; le parodoi; i resti del pulpitum rettilineo di cui non è definibile l’altezza originale rispetto all’orchestra, privo di alveo per il sipario elevabile; i resti della frons scaenae. Questa, lunga circa m. 18, presentava in facciata 8 speroni a pettine con interasse di m. 1,50 circa, forse fondazione di altrettante colonne a decorare lo sfondo della scena con una sorta di porticato. Alle due estremità due edifici quadrangolari, i paraskenia, sporgenti verso l’orchestra. Il rinvenimento di un piccolo altare lapideo ritrovato rovesciato nell’orchestra, ma che doveva trovare la sua collocazione originale sul pulpitum, conferma il carattere cultuale del piccolo teatro e il presumibile argomento sacro delle rappresentazioni che lì si svolgevano.

Gli elevati dell’edificio scenico, probabilmente costituiti per lo più da materiali non lapidei, in parte lignei in parte forse con utilizzo di mattoni crudi o semicotti protetti da rivestimenti fittili, lastre decorate a stampo a rilievo e antefisse, non dovevano raggiungere un’altezza eccessiva, lasciando allo spettatore anche la vista del panorama retrostante. Tra i materiali rinvenuti in più epoche nell’area di Castelsecco, particolare significato rivestono gli ex voto fittili rappresentanti bambini in fasce che attestano la presenza del culto di una divinità femminile legata alla fertilità e alla protezione della maternità. Ma parimenti significativo appare anche il ritrovamento di due lastre di pietra recanti dediche ad una divinità probabilmente femminile non nominata e a Tinia, in lettere etrusche. Si può quindi ipotizzare la presenza di un culto misto a conferma dell’esistenza di due edifici templari.

La monumentalità dell’area, una sorta di “belvedere” sulla città che era sorta e si andava sviluppando sul colle di San Donato, la sua peculiarità di santuario extraurbano ma in diretto contatto con la comunità urbana, posto a controllo del contado e di importanti direttrici di traffico, l’abbinamento di edifici templari ed edificio per spettacoli in muratura distanziati da un ampio spazio libero per assemblee, riunioni, feste e forse dedicato anche ad attività commerciali, attestante contatti culturali con l’area medio-italica ed il recepimento di influssi culturali ellenizzati nelle fasi iniziali della romanizzazione, forniscono straordinarie indicazioni sul ruolo vitale di Arezzo nel panorama dell’Etruria settentrionale, anche in relazione ai rapporti privilegiati con la potente Roma.

Come su accennato il santuario sembra perdurare anche in età romana imperiale, come attesta il rinvenimento di frammenti architettonici di decorazione marmorea.

Dopo una fase di abbandono, dall’alto medioevo l’altura appare nuovamente frequentata con la costruzione presso il teatro di una piccola chiesa ancora esistente nel XVIII secolo, identificabile come San Pietro “in Castro Sicco” di cui parlano le fonti documentarie, che ha restituito un altare ricavato da un blocco parallelepipedo proveniente sicuramente dalle mura monumentali. A Nord del podio del tempio fu costruito un oratorio dedicato ai SS. Cipriano e Cornelio (poi chiesetta di proprietà Giusti) e, nei pressi, una casa colonica; all’angolo Ovest dell’edificio scenico nel XV-XVI secolo, con le pietre asportate dal teatro stesso, una piccola abitazione.

I reperti rinvenuti in varie epoche sono conservati ed esposti nel Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate di Arezzo. Al termine della lunga campagna di scavo, fu effettuato un intervento conservativo e di restauro anche delle strutture del teatro, di cui fu poi decisa la ricopertura. Si vuole a tal proposito sottolineare la saggezza e la lungimiranza dell'allora Soprintendente Guglielmo Maetzke che prese la difficile e coraggiosa decisione di reinterrare le strutture emerse, al fine di garantirne la salvaguardia e la conservazione per le generazioni future, in una zona isolata e di non facile vigilanza, soggetta a forte impatto degli agenti atmosferici ed in presenza di materiali costruttivi di alta deperibilità: possiamo dire oggi che grazie a tale scelta, Arezzo possiede ancora il complesso archeologico di Castelsecco.

Agli inizi degli anni ’90 del Novecento la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha intrapreso un ulteriore consistente intervento per il risanamento ed il restauro della poderosa struttura semicircolare. Nel 1978 fu dichiarato con decreto ministeriale l’importante interesse archeologico dell’area e nel 1992 si è svolto ad Arezzo un convegno promosso dal locale Centro Unesco, in cui fu fatto il punto sullo stato degli studi e della ricerca, sui progetti di recupero e sulle prospettive dell’importante sito archeologico, che restano ancor oggi valida base per future strategie di valorizzazione.

Il recente rinnovato interesse per l’area di Castelsecco, con la finalità dichiarata del recupero e della riqualificazione sotto il profilo ambientale, paesaggistico, storico-archeologico, di un ampio ambito territoriale comprendente la collina di San Cornelio-Castelsecco, non può che trovare concorde e collaborativa la Soprintendenza per i Beni Archeologici, ma si vuole nuovamente rammentare che qualsiasi azione preventivata sotto il profilo della valorizzazione-gestione-fruizione dell’area archeologica, dovrà tener conto della salvaguardia dei beni presenti. Tanto più, la messa in luce, o rimessa in luce, delle strutture antiche, dovrà necessariamente essere contestuale ad adeguati interventi conservativi, considerati già in sede di individuazione delle risorse finanziarie previste per il progetto d'indagine stesso.

Testo scritto da Silvia Vilucchi, Funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

 

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Associazione di Castelsecco

Via di Castelsecco 19/1 - 52100 Arezzo
 
Telefono: 392 4672502
 

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